Henry Cow: ricordo di un concerto due anni prima che nascessi. December 28, 2009
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Ci troviamo al buio. Il prato è scuro. Avete mai visto un prato di notte?
Ricordo: seduti sull’erba, quest’erba scura a Veivey, Svizzera. E’ il 1976.
Qualcuno nel pubblico indossa un soprabito nero e i riflettori guizzano smeraldini nell’oscurità.
Tim Hodgkinson sta muovendo fili elettrici, ognuno corrisponde ad un suono. Curva le dita sulla tastiera e spezza le note sotto il cielo di stelle inesistenti. L’armonia scompare e riappare in tenue dissonanza. Elegantemente Chris Cutler accenna cambi di ritmo. Fred Frith getta fasci di luce dalle sei corde: le colpisce dentro labirinti e le appende alle orecchie con suoni più gravi, improvvisati. In tutto questo, perfettamente blu, affascina insolita la voce di Dagmar Krause:
“Careworn and all alone – First Days
Charon the unborn – Days erased
Death: Venus unfurled -
The world we lost we found – spoiled
No sun No birds No stars No from…[...]“
Il ricordo che ho degli anni settanta si fonde con l’armadio in legno di mio padre. Dentro c’è una giacca a vento rossa. Ricordo l’inverno in mezzo alla neve. I rami spogli di una grande piazza nella nostra città. Mani dentro piccoli guanti che stringono mani più grandi. Poi ricordo il vinile, l’odore della puntina e della spugnetta che serviva a pulire il disco. Graffiato, entrava dissonante nella mia vita. Con grande emozione lo aprivo dietro la copertina. Rosso. Lucido. E’ bello, lo era allora, lo è adesso.
E’ bello sentire quel silenzio quando finisce la musica.
E’ come se fossi sull’erba.
Quest’erba scura a Veivey, Svizzera.
E’ il 1976.
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